Quattro concept inaspettate realizzate da produttori di auto sportive

Lotus Ethos

Al Salone di Parigi del 2010, Lotus sorprese il pubblico e la stampa presentando una rosa di nuovi modelli che avrebbe coperto alcune delle nicchie più esclusive del mercato automobilistico.

La rinascita del brand, dalla storia tanto gloriosa quanto tormentata, sarebbe iniziata a partire da 6 vetture: quattro sportive due posti, di varia natura (Elise, Esprit, Elan ed Elite), una berlina a quattro porte (Eterne) ed una curiosa citycar ibrida, chiamata “Ethos”.

Questa citycar sarebbe stata prodotta in serie sulla piattaforma della Proton Evas, vettura malese a sua volta derivata dalla Toyota iQ, e proposta al pubblico ad una cifra di circa 30.000 sterline (34.500 €).

Il motore di cui era dotata la concept era un 1.2 tre cilindri da 45 cv, alimentabile a benzina, metanolo ed etanolo, utilizzato in funzione di generatore di elettricità in grado di garantire un’autonomia totale di 500 km, percorribili emettendo (secondo le dichiarazioni della Casa) solamente 60 g/km di CO2.

Il fine principale dietro la realizzazione di questa vettura sarebbe stato quasi certamente quello di ridurre le emissioni medie di anidride carbonica della gamma Lotus, in vista delle stringenti misure antinquinamento imposte a partire dal 2012, la stessa motivazione che ha spinto Aston Martin a presentare la Cygnet nel 2011.

Come è noto, il coraggioso piano commerciale, promosso dal CEO Bahar (attualmente a capo di Ares Design), si è concluso nel peggiore dei modi, con il licenziamento del suo ideatore, un’indagine interna per distrazione di fondi e l’ennesimo passaggio di proprietà dell’azienda, ceduta al tuner svizzero Mansory.

Nessuna delle auto esposte al Salone di Parigi fu quindi messa in produzione, e per un cambio di rotta della Casa di Hethel si dovrà aspettare fino al 2019, anno di presentazione dell’hypercar elettrica Evija.

Lamborghini Bertone Genesis

Quattro anni dopo l’arrivo sul mercato della rivoluzionaria Renault Espace, Bertone, in collaborazione con Lamborghini, realizzò un’interpretazione in chiave sportiva del concetto di monovolume, esposta per la prima volta al Salone di Torino del 1988 con il nome “Genesis”.

L’auto è probabilmente la cosa più stravagante che vedrete oggi: una monovolume con portiere ad ali di gabbiano all’anteriore e porte scorrevoli al posteriore, dotata del 5.2 V12 della Lamborghini Countach che scarica i propri 455 CV di potenza sul solo asse posteriore, passando per un cambio automatico a tre rapporti di derivazione Chrysler (compagnia che all’epoca controllava la Casa del Toro).

All’interno, cinque persone possono accomodarsi su altrettanti sedili realizzati appositamente, rivestiti in alcantara grigia e rossa e disposti in maniera curiosa, con il sedile posteriore centrale in posizione più avanzata rispetto agli altri due e con la possibilità di ruotare di 180° quello del passeggero a fianco del guidatore.

La Genesis all’interno della Collezione Bertone

Il nome di questo prototipo figura tra quelli delle vetture scartate dalla dirigenza Chrysler, insieme a quello della P140 (proposta di erede della Jalpa dotata di un V10), ed attualmente l’unico esemplare realizzato è parte della collezione Bertone, di proprietà dell’ASI.

Porsche C88

I primi anni ’90 non saranno certo ricordati come epoca di massimo splendore per Porsche: la Casa di Zuffenhausen navigava in cattive acque dal punto di vista finanziario, e pertanto i dirigenti erano alla costante ricerca di opportunità di risanare le casse dell’azienda.

Il bando promosso nel 1994 dal Governo cinese per la realizzazione di un’automobile per il popolo pareva quindi una grande occasione, nonostante i requisiti fossero ben lontani dalle caratteristiche tipiche delle vetture Porsche, ed in soli quattro mesi fu approntato un prototipo, esibito al Salone di Pechino nello stesso anno.

La C88, così venne chiamata, era una berlina di medie dimensioni, dotata di cinque posti a sedere (di cui uno solo dotato di seggiolino, dato che all’epoca in Cina le regole di controllo delle nascite impedivano di avere più di un figlio) e di un motore da 1.100 cc di cilindrata e 70 Cv, capace di percorrere 100 km con 5,8 litri di carburante.

Per l’occasione, fu realizzato anche un nuovo logo (vedi immagine), atto a rappresentare il concetto di “famiglia ideale” in quel determinato contesto: i due cerchi in alto simboleggiano le figure genitoriali, ed il cerchio più in basso il figlio.

La risposta delle autorità cinesi, però, fu bizzarra ed inaspettata. Il direttore del Museo Porsche riporta che: “Il Governo cinese disse di essere molto grato e che avrebbe utilizzato quelle idee a titolo gratuito, e che se si fosse guardato alle attuali auto cinesi, si sarebbero potuti cogliere in esse molti dettagli della C88“.

Dopo aver ricevuto questa cocente delusione, i dirigenti Porsche tentarono invano di proporre a varie Case indiane questo progetto, per poi accantonarlo definitivamente.

Prototipo della Porsche Boxster

A risanare le finanze del gruppo ci penserà soprattutto il successo della Porsche Boxster, spider a due posti presentata nel 1996.

Ferrari 408 4RM

24 anni prima della presentazione della Ferrari FF, prima vettura di serie del Cavallino dotata di trazione integrale, una Ferrari a quattro ruote motrici usciva già dai cancelli dello stabilimento di Maranello.

Si trattava del prototipo 408 RM, progetto nato nel 1987 a cura di Mauro Forghieri, del quale sono stati realizzati due esemplari, distinti prevalentemente dalla natura del telaio: il primo è realizzato in acciaio inossidabile saldato, il secondo è formato da un telaio a tubi in acciaio ed alluminio incollato.

Entrambi i prototipi erano dotati di un 4.0 V8 a 90° in posizione posteriore-centrale, che scaricava i propri 300 CV a tutte e quattro le ruote tramite un ripartitore con giunto idraulico.

Nonostante i notevoli sforzi ingegneristici ed economici necessari per la realizzazione di due prototipi perfettamente marcianti, la vettura non ebbe un seguito produttivo.