Storie di Gruppo S: la Audi RS 002

Nel 1985 la categoria “Gruppo B” del Campionato Mondiale di Rally era divenuta la serie di competizioni più seguita dalle Case automobilistiche più importanti a livello globale, per via del suo inimitabile connubio tra visibilità mediatica e possibilità di testare soluzioni innovative da applicare alle vetture di serie.

Sull’onda del suo grande successo, la FIA, che all’epoca si chiamava FISA (Federazione Internazionale Sport Automobilistici), cominciò a redigere il regolamento di una nuova categoria, ancora più estrema: il Gruppo S.

Si imponeva una cilindrata massima per motori aspirati (2400 cc per gli aspirati e la metà per quelli turbocompressi), un peso minimo di 1000 chilogrammi, piloti esclusi, una larghezza massima di 1,9 metri ed una dimensione dei cerchi necessariamente inferiore ai 16″, nonchè ovviamente l’esecuzione di un crash test per mettere alla prova l’obbligatorio roll-bar in acciaio.

Tra le righe del regolamento si legge inoltre una grande rottura con il passato: la scomoda clausola che imponeva la realizzazione di 200 esemplari stradali derivati dalle vetture di competizione era stata eliminata, e ciò garantiva ai costruttori una libertà di progettazione ancora maggiore. Al suo posto, era stato solamente imposto di produrre 10 vetture identiche per prendere parte alle competizioni.

La potenza massima dei motori sarebbe stata limitata a 300 CV, sufficienti per correre a folli velocità su terreni disastrati, ma che nel contempo avrebbero garantito una maggior sicurezza per i piloti, i quali nel frattempo lottavano contro vetture di Gruppo B da 600-650 cavalli.

I tragici eventi avvenuti durante il Campionato del Mondo del 1986, però, hanno imposto alla FISA un netto cambio di programma, in favore di vetture più “umane”, direttamente derivate da vetture di serie. Di conseguenza, i prototipi del Gruppo S non hanno mai preso parte a competizioni ufficiali, e molti di essi sono stati distrutti o rinchiusi in musei.

Se durante il Mondiale dell’86 non fossero avvenuti i gravi incidenti che tutti conosciamo, oggi avremmo altri eroi oltre alle solite 205 T16 e Renault 5 Turbo. Scopriamoli insieme in questa serie di articoli.

Audi RS 002

Il team Audi Sport aveva saldamente dominato le stagioni 1983 e 1984, ma già agli albori della stagione del 1985 a Ingolstadt i tecnici si erano resi conto che l’ultima evoluzione della francese Peugeot 205 T16 non avrebbe lasciato loro che le briciole.

Nell’ottica di tornare sul primo gradino del podio nella nascente categoria Gruppo S, quindi, un team di ingegneri capitanato da Roland Gumpert (lo stesso ideatore della Apollo) iniziò a lavorare su una versione a motore centrale della oramai obsoleta Quattro all’insaputa dei vertici Audi.

I test furono svolti nel segreto più totale, arrivando persino ad infrangere l’attuale “cortina di ferro” testando i primi prototipi in Cecoslovacchia, lontano dai flash di giornalisti e team rivali. L’obiettivo era uno e ben preciso: spiazzare gli avversari sfruttando l’effetto sorpresa.

I primi prototipi non erano altro che Audi Quattro da competizione con un motore montato poco dietro i sedili, ma la vettura finale sarebbe stato qualcosa di completamente diverso: una coupè con carrozzeria in fibra di vetro.

La vettura definitiva se avesse corso sarebbe certamente entrata nella storia: il propulsore era lo stesso cinque cilindri della Quattro, ma con un nuovo impianto di sovralimentazione per raggiungere un valore compreso tra 700 e 1000 cavalli di potenza massima (che sarebbero poi diventati 300 per via dei restrittori imposti dalla FISA).

Per correre, avrebbe avuto bisogno di una zavorra di ben 250 chilogrammi: il peso complessivo della vettura, infatti, non superava i 750, grazie ad un sapiente studio dei materiali compositi come le fibra di carbonio, vetro e kevlar, ispirandosi all’esempio della Ford RS200.

Quando la FISA annunciò l’annullamento del campionato Gruppo S, nella scuderia Audi Sport erano già presenti tre esemplari completamente assemblati. Due di essi furono subito inviati alla pressa, mentre il terzo fu mantenuto all’interno dell’Heritage Audi, per conservare quello che è uno dei primi esempi di applicazione di fibra di carbonio e kevlar all’automobile.

Nel 2016, trent’anni dopo la sua nascita, fu finalmente mostrata al grande pubblico, comparendo all’Eifel Rallye di Daun, in Germania. Al volante, l’uomo che avrebbe dovuto farla volare: Walter Rohrl.

Foto: Audi Tradition